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IL REPORTAGE

Nella moschea in Kosovo crocevia europeo del jihad

Nella bellissima moschea di Pec Peja, ristrutturata grazie all'organizzazione umanitaria italiana "Intersos" nel 2001, Xhezair ci accoglie con un placido sorriso gonfio di gratitudine. Albanese, ex combattente dell'UCK, l'esercito di liberazione del Kosovo, trascorre il tempo libero dal lavoro in quello che lui chiama "un luogo di pace e di ritrovo", lontano dal radicalismo che produce foreign fighters diretti in Europa. "La moschea è un posto dove ritrovarsi con amici, ospiti. L'odio religioso? Non ci appartiene - dice - siamo tutti fratelli, a noi non ci divide il credo, anzi. Ci rispettiamo gli uni con gli altri, ci scambiamo gli auguri alle rispettive feste: ho migliori amici di fede cattolica. Mai abbiamo avuto problemi interreligiosi e mai ne avremo. Qui la tolleranza religiosa è ai massimi livelli. Per come la vedo io, la guerra santa è quando si protegge il proprio paese. Il mio è questo ed io devo stare qui. Il mio unico legame è con gli albanesi e la mia terra". Lontano apparentemente anni luce dalla realtà ben più cruda della compravendita dei fedeli e dell’indottrinamento alla fede islamica per addestrare un esercito di combattenti, Xhezair ridimensiona anche la tensione etnica che contraddistingue il Kosovo.

"Siamo nel nostro Paese, qui può vivere chiunque, anzi, noi proteggiamo le minoranze. Con le leggi del Kosovo loro (i serbi ndr) godono dei nostri stessi diritti e con quello che possiamo, siamo un paese povero, li aiutiamo. La Serbia ha vestito i panni dell’aggressore, ci ha occupato. Noi albanesi siamo stati costretti a combattere per difenderci. Ora la storia è cambiata, non subiranno mai ritorsioni. Anche secondo la nostra religione islamica non va bene attaccare la gente umile che soffre, che è povera. Subito dopo la guerra ho vissuto male, mi è stata bruciata la casa, non avevamo niente. Ero un piccolo commerciante prima di essere un soldato, la polizia serba all'epoca non ci faceva lavorare. Dopo, finito il conflitto, ho ripreso in mano la mia attività e oggi sono libero di farlo. Ho un piccolo chiosco grazie al quale mantengo una famiglia di 13 persone. Facciamo una vita normale, non di lusso, ma normale. Stiamo lavorando in pace, non c'è violenza e mai abbiamo vissuto tanto bene. C’è la crisi, ma siamo finalmente liberi".

Quanto al rapporto con la Kfor, in Kosovo da 18 anni per la sicurezza del paese e della sua gente, l'ex militare dell'UCK ha solo parole di elogio. "Massimo rispetto, davvero - dice - Per quello che hanno fatto e fanno per noi, sono sempre disponibile ad aiutare l'Italia con tutti i mezzi che ho perché mi sento sempre in debito".

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