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Damien Hirst a Venezia: tutto è vero, anche il contrario

Il folle ritorno di un gigante, al di là delle statue colossali

Venezia (askanews) - C'era una volta. Comincia così, come le favole e come i miti, la storia dell'ultimo, enorme progetto di Damien Hirst, maestosamente svelato a Palazzo Grassi e Punta della Dogana a Venezia, la città che unisce il drammatico fascino di un impossibile mondo di bellezza decadente e l'autorigenerante energia dell'arte contemporanea, naturalmente impersonata dalla Biennale.

"Treasures from the Wreck of the Unbeliavable" è una mostra che fa epoca, ma anche una costruzione narrativa complessa come un grande romanzo, una struttura vivente fatta di opere, testimonianze, persone in carne e ossa che raccontano qualcosa che ci viene presentato come vero, ma al tempo stesso, gli incredibili spazi delle due istituzioni veneziane sono costellati di segnali, indizi, talvolta prove indiscutibili dell'impossibilità di questa narrazione.

Prove così smaccate, però, da farci sospettare che invece sia tutto vero, e che anche queste evidenze siano state messe lì solo perché noi, vedendole, pensassimo di avere capito il gioco. Ma il gioco di Hirst, che torna come un gigante - un colosso dovremmo dire - sulla scena dell'arte che conta, non è mai, mai scontato. E la curatrice della mostra, Elena Geuna, lo sa bene.

"Forse il nostro passato - ci ha detto - letto attraverso la mitologia, con i riferimenti al presente, ci permette di dare un occhio a quello che potrebbe essere il futuro? E sicuramente un modo nuovo di fare arte, un modo nuovo di fare narrazione, e qual è l'arte: la narrazione o l'opera d'arte? O sono entrambe insieme? Dov'è la finzione e dov'è la realtà? Sono queste le domande che uno si pone visitando la mostra".

"Il giovane artista che ha messo uno squalo tigre in una teca di vetro dopotutto non è mai morto - ha scritto Jonathan Jones sul Guardian - e noi che avevamo perso fiducia ora sembriamo dei pazzi per la non avere creduto in lui". Una fiducia che ruota intorno a una parola, anzi due: la prima è "artefatto", termine che sembrava essere stato superato, e lo è certamente stato da certe ricerche di artisti che, possiamo banalizzare, discendono dalla lezione di Joseph Beuys. Ma che oggi torna ad avere una evidenza così clamorosa da ribaltare di nuovo il tavolo.

"L'essere umano non cambia - ha aggiunto Elena Geuna - cambia l'espressione, cambia la tipologia di presentazione, si innova la creatività. L'uomo evolve e le preoccupazioni dell'uomo, dell'artista, del collezionista sono declinate in maniera nuova".

La seconda parola, inevitabilmente, è letteratura. La mostra veneziana è (anche) un oggetto narrativo totale e totalizzante, al tempo stesso però consapevole della propria natura di "oggetto", di discorso sul mondo, non di "mondo in sé", bensì di qualcosa di senziente che prova a sostituirsi al mondo, avendo in ogni caso ben presente la differenza. E qui, in questa consapevolezza complessiva del progetto di Damien Hirst c'è l'elemento dirompente e decisivo, qui si fonda una tipologia diversa di esposizione, alternativa al modello, per semplificare, inaugurato da Harald Szeemann, ossia il grande curatore contemporaneo.

Perché al parametro dell'uomo, Hirst ha sostituito quello della Storia e del Mito che, come tutti i grandi culti, in fondo nascono dalla letteratura. Per cui, alla fine del percorso, dopo avere accettato sia le grandi sculture di mostri e semidei sia i Transformers in oro o il Pippo rivestito di conchiglie, è naturale anche pensare che sia vero tanto il racconto ufficiale della mostra quanto il suo opposto. Semplicemente, senza contraddizione. Così come è naturale accettare la doppia natura con cui Hirst si presenta - lui che è stato sfuggente per gran parte della preview stampa, salvo poi apparire in un angolo all'ingresso di Punta della Dogana, come se niente fosse - ossia quella di collezionista accanto a quella di artista.

"Il collezionista è molto importante - ha concluso la curatrice - perché il collezionista informa l'artista e l'artista informa il collezionista e quindi c'è questo binomio straordinario in questo personaggio che secondo me è un genio, il genio della mia generazione sicuramente e che ha segnato la storia dell'arte e continuerà a sorprenderci".

Allora non ci resta che aspettare, tentando per ora di digerire questa incredibile e folle e stupefacente mostra.

Ciao Damien, alla prossima.

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