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Quando vidi Vincenzo Agnetti: lui non c'era, ma la sua arte sì

A Palazzo Reale a Milano la mostra "A cent'anni da adesso"

Milano (askanews) - "Quando mi vidi non c'ero", recita il celebre autoritratto, ma intorno a questa affermazione, solo apparentemente paradossale, nei fatti c'è molto altro, c'è tutta la lezione di un artista importante come Vincenzo Agnetti, uno dei grandi della stagione del concettuale capace di influenzare molti di quelli venuti dopo di lui e, soprattutto, di lasciare nei suoi lavori una freschezza fertile, anche a 36 anni dalla morte. Palazzo Reale a Milano lo celebra con la mostra "Agnetti - A cent'anni da adesso", che documenta le molte forme assunte dall'opera dell'artista, ma con un unico denominatore, come ha ricordato il curatore Marco Meneguzzo.

"Sono molto diverse dal punto di vista formale - ha detto ad askanews - ma da un punto di vista concettuale sono la stessa cosa: il punto è il rapporto tra essere umano e comunicazione, tra essere umano e parola".

Dai celeberrimi assiomi in bachelite nera e colore a nitro bianco, alla magnifica "Macchina Drogata", una Divisumma 14 della Olivetti che al posto dei numeri computava lettere e frasi immaginarie, nelle sale di Palazzo Reale si ricompone molto dell'universo creativo di Agnetti, in qualche modo un tentativo costante di tradurre l'indicibile. Filippo Del Corno, assessore alla Cultura del Comune di Milano.

"Ci sono degli elementi - ci ha spiegato - che rendono il lavoro di Agnetti oggi davvero interessante e accattivante sotto certi punti di vista. Si rifletteva prima come certe opere, anche molto concettuali, mantengano una grande freschezza proprio perché ci mettono di fronte al rapporto con significati universali che oggi assumono magari prospettive diverse".

E oggi che tutta l'arte è sostanzialmente concettuale ha ancora più senso tornare a guardare alla lezione dei primi esploratori di questo territorio nei fatti infinito. "Il problema della memoria è un problema fondamentale - ha aggiunto Meneguzzo -. Quest'epoca di memoria ne ha poca, anzi pochissima. Allora ogni tanto bisogna rinfrescare la memoria e non 'dimenticare a memoria' o forse è meglio dimenticare a mamoria, come dice Agnetti, però c'è una seconda frase che dice: la cultura è tutto quello che ti resta quando hai dimenticato tutto quello che sai. Forse è questo il senso".

La mostra milanese è realizzata in collaborazione con l'Archivio Vincenzo Agnetti, rappresentato dalla figlia dell'artista, Germana, cui abbiamo chiesto se ritrova nell'esposizione anche la presenza familiare del genitore. "Vedo negli interstizi tra una stanza e l'altra, nel rapporto tra una stanza e l'altra sento mio padre - ci ha risposto - poi la cosa che veramente mi emoziona è quando sento la sua voce".

Che siano sequenze di numeri o vere e proprie poesie, il messaggio che arriva da Agnetti ancora oggi ci parla di un futuro, che forse resterà solo un frutto acerbo, ma che, in ogni caso, continua a esistere sotto forma di possibilità, per l'artista, ma anche per noi.

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