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Vertigine dell'interpretazione: in Triennale Melotti e Djordjadze

A Milano un dialogo tra l'artista georgiana e il maestro

Milano (askanews) - Strutturare il lavoro di un altro artista, per moltiplicare le possibilità e creare una vertigine interpretativa. Succede qualcosa di simile nella mostra "Abbandonando un'era che abbiamo trovato invivibile", che, in Triennale a Milano, ripropone gli storici Teatrini di Fausto Melotti intorno ai quali l'artista georgiana Thea Djordjadze ha costruito un sistema architettonico flessibile e site specific, in grado di offrire ulteriori prospettive all'idea stessa di scultura.

Allestita in uno spazio in cui le grandi finestre del Palazzo dell'Arte di Giovanni Muzio tornano a giocare un ruolo decisivo, la mostra è curata da Lorenzo Giusti. "L'idea - ha spiegato il curatore ad askanews - è di integrare, di far dialogare, due lavori che per certi aspetti hanno degli elementi comuni, ma che per altri anche divergono, quindi c'è come una sorta di mostra nella mostra, ossia un percorso attraverso la produzione di Fausto Melotti dedicata al concetto di teatrino e questi teatrini sono, come dire, messi in scena su uno scenario che crea in qualche modo un corto circuito, una sovrapposizione di piani e di

Da questo confronto, che è fertile e immersivo, pur mantenendo quella misura naturale che è propria dell'idea di lavoro di Melotti, nasce nei fatti una grande installazione nella quale converge - e si interseca - tutto ciò che è il mondo della Triennale: arte più architettura più progettazione e design. "Le strutture di Thea Djordjadze - ha aggiunto Lorenzo Giusti - tendono a integrare strutture portanti e oggetti ed elementi che apparentemente possono sembrare l'elemento scultoreo, ma poi la scultura stessa ingloba anche il supporto, e diventano un meta-scenario per altrettanti palcoscenici, che poi sono gli stessi teatrini di Melotti, che al loro interno presentano piccoli elementi in miniatura, sculture, figure umane che mimano situazioni e sentimenti".

La sensazione è quella di scivolare lentamente, senza accorgersene, dentro un vortice di livelli narrativi e una volta presa coscienza di quanto lontano ci si sia spinti viene quasi a mancare il fiato. Perché in fondo i 25 teatrini di Melotti parlano di noi, così come la Triennale del direttore artistico Edoardo Bonaspetti continua a parlare, anche con questa mostra, il linguaggio delle grandi gallerie internazionali, con una coerenza e una visione che ci appaiono solide e multiformi come il magnifico edificio dentro il quale si manifestano i progetti espositivi.

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