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Cronache dalla Biennale, la versione di Marco Nereo Rotelli

L'artista e le scelte del Padiglione di Venezia

Venezia (askanews) - C'è una distanza evidente, all'interno del Padiglione Venezia alla 57esima Biennale d'arte, tra le prime sale che il curatore Stefano Zecchi ha allestito nel segno del "Luxus", che è il tema scelto per questa edizione, e la stanza nella quale è intervenuto l'artista Marco Nereo Rotelli. Una distanza che appare filosofica, strutturale, ben riassunta dalla scelta di Rotelli di puntare tutto sulla luce, dopo avere visto abiti, gioielli o scarpe, in qualche modo limitandosi a usare solo le prime tre lettere del titolo di Zecchi.

"Un artista - ha spiegato Rotelli ad askanews - di per sé non 'vuole', un artista 'fa' e poi accadono determinate cose. Lo fa nella funzione estetica che gli è possibile fare, nella sua idea, nel suo costruire e nel suo sentire".

Rotelli negli anni passati ha esposto più volte alla Biennale, lavorando anche a stretto contatto con un curatore leggendario come Harald Szeemann. Quest'anno, però, lo spazio con cui confrontarsi era diverso.

"Aveva una struttura completamente differente - ha aggiunto l'artista - perchè rientrava nel Padiglione Venezia, che di per sé è bellissimo, ma ha compiti differenti da quelli che sono usualmente le caratteristiche e le peculiarità degli altri padiglioni in Biennale".

Una peculiarità che è quella di dare spazio all'artigianato veneziano, ma che secondo Marco Rotelli avrebbe dovuto essere sviluppata in modo diverso.

"Io ritengo - ha concluso l'artista - che in ogni caso oggi come oggi si debba avvicinarsi a una riflessione sull'artigianato, specialmente perché sei all'interno della Biennale, in un dibattito preciso con quella che è l'arte contemporanea, come dire: è vero che l'artigianato può raggiungere la bellezza e il lusso, ma è anche vero che nel momento in cui lo presenti all'interno della Biennale d'arte di Venezia, il dibattito deve essere in riflessione, magari anche in competizione, con quello che è il modo nel quale l'arte nomina le cose".

Secondo Zecchi, comunque, i numeri del Padiglione e i riscontri di pubblico sono più che lusinghieri, anche se non è mancata qualche stroncatura. Ma il punto, almeno considerando la versione di Rotelli - che in fondo ha qualcosa dell'impenitenza del Barney Panofsky del celebre romanzo di Richler - è un altro e riguarda l'approccio a un evento come la Biennale d'arte che resta qualcosa che non si risolve semplicemente con numeri o oggetti, per quanto bellissimi possano essere, ma deve coinvolgere sfere più sottili.

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