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Il mondo di Ernesto Neto, l'arte come spiritualità e generosità

Incontro con l'artista brasiliano: una nuova forma di impegno

Venezia (askanews) - Si può rispondere a una domanda sul proprio lavoro esposto alla Biennale di Venezia cantando una sorta di mantra? Evidentemente sì e l'artista brasiliano Ernesto Neto, da anni protagonista estremamente interessante della scena del contemporaneo, lo ha fatto durante l'ultima Tavola aperta organizzata nei sei mesi di "Viva Arte Viva", a poche ora dalla chiusura della 57esima edizione della Biennale d'arte.

E incontrare Neto è sempre un'esperienza che innesca diversi livelli di emozione e di ragionamento su che cosa significhi essere un artista oggi. "Teoricamente - ha detto ad askanews - l'arte può fare qualunque cosa e può cambiare tutto. Ma le barriere sono molto resistenti e il posto che occupa oggi l'arte nel nostro mondo è molto orientato al denaro e al mercato. E' molto difficile orientarsi, perché è come se ci fosse una coltre di nebbia che separa l'arte e la nostra vita, le domande sulla nostra vita".

Nella mostra curata da Christine Macel, Neto, da sempre interessato a rendere gli spettatori consapevoli della propria corporeità e dei limiti di questa, ha ricreato un luogo sacro, una tenda nella quale lui e gli indigeni dell'Amazzonia Huni Kuin hanno messo in scena dei rituali condivisi per guarire le ferite della nostra società e, di conseguenza, ipotizzare dei cambiamenti.

"Io credo - ha aggiunto l'artista - che l'arte serva per dirci che cosa siamo qui a fare, noi esseri umani, ma anche per correggere situazioni e comportamenti, sociali e spirituali. Ma che cos'è l'arte? Io credo che a questa domanda ciascuno risponda in modi diversi. Dal mio punto di vista è la nostra dimensione spirituale: lo sconosciuto, l'intangibile, l'invisibile, il momento di incontro con lo spirito della Terra".

La sottolineatura spirituale è decisiva per capire l'approccio di Neto e il suo sistema di riferimento, che pure attinge alla lezione politica degli artisti brasiliani della generazione precedente alla sua, come per esempio Cildo Meireles, ma che si declina in una forma di consapevolezza diversa, seppur altrettanto ambiziosa e "impegnata" negli obiettivi che si pone.

"E' piuttosto importante che noi cominciamo a capire che non siamo soli qui - ha proseguito Neto -, che siamo tutti fratelli. Lo so, lo si dice da sempre, ma abbiamo bisogno di una comprensione spirituale di questo concetto, perché ci può portare alla verità e quando arriviamo alla verità cominciamo ad agire, a eliminare le barriere tra di noi, per poter ricevere gli altri e a volte anche per accettare i loro comportamenti e cercare un equilibrio che eviti i conflitti e consenta di superare gli squilibri dello sviluppo ed evitare la catastrofe".

Nella sua tenda alla Biennale le persone si sono incontrate, hanno sperimentato sia la dimensione, per così dire, biologica del lavoro sia la necessità di creare un'armonia e una condivisione di spazio che, certamente, non è un'operazione banale.

"Noi siamo qui per vivere - ha concluso l'artista - e abbiamo bisogno di essere più generosi verso noi stessi e verso gli altri".

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