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169 sì, 133 no

Conte incassa la fiducia al Senato

La maggioranza rosso-gialla supera il banco di prova del Senato con 169 sì, staccando di 8 voti la maggioranza assoluta, fissata a quota 161. Ma per soli due voti il Conte II non raggiunge l’obiettivo di sorpassare il Conte I: il precedente esecutivo aveva infatti ottenuto un anno fa 171 sì. E per i giallorossi ora si apre il fronte Senato: il rischio è di non avere la maggioranza assoluta (che è di 161 voti), ma fermarsi a quota 160 (o 159). Tutto dipenderà da tre senatori, uno Pd e due M5s. Si tratta del dem Matteo Richetti, che oggi si è astenuto «per coerenza» e ha annunciato l’addio al gruppo Pd per passare al Misto (anche se fonti dem contano di riuscire a evitare in extremis il divorzio), e dei pentastellati Gianluigi Paragone (anche lui astenuto) e Alfonso Ciampolillo, assente "non giustificato" stando ai tabulati della votazione. Extra maggioranza votano a favore anche i tre senatori a vita Mario Monti, Liliana Segre (che si dice preoccupata per il clima di odio ma anche speranzosa su un possibile ritorno ai valori democratici) e Elena Cattaneo. Hanno votato a favore anche due senatori del Maie, uno del Psi, uno dell’Union Valdotaine, Bressa e Casini del gruppo delle Autonomie e alcuni ex M5s. Numeri a parte, il governo Conte II incassa anche la seconda fiducia, in una giornata senza pathos ma con diversi momenti di tensione in Aula.

Lo scontro più aspro va in scena nel pomeriggio, quando interviene Matteo Salvini che torna ad attaccare il presidente del Consiglio. Subito dopo tocca a Giuseppe Conte, che replica a muso duro al suo ex vicepremier. Per il resto, il copione si svolge come preventivato, con Lega e FdI che protestano in Aula, intonano cori da stadio al grido di «venduti», «mai con il Pd», «elezioni». Qualche striscione, alcune bandiere (tutto prontamente fatto rimuovere dalla presidente Casellati). Ma anche nei momenti clou, non si raggiunge mai la bagarre scoppiata ieri alla Camera.

Nessun tono trionfalistico accompagna il via libera alla fiducia. Né in casa M5s né in casa Pd. La sfida ora è sui provvedimenti e sulla realizzazione del programma. L’opposizione, la Lega e FdI restano sulle barricate, pronti a non concedere nulla al nuovo governo. Ed è proprio il leader leghista il protagonista della sfida a due con Conte. Salvini parte subito all’attacco: «Anche la nomina di Gentiloni rientra nel patto con il diavolo siglato con Merkel e Macron». Tutto solo per «tenersi la poltrona, come mummie della prima Repubblica». Salvini chiama più volte il premier «Conte-Monti» e torna ad accusarlo di «tradimento». Quindi, l’ex ministro dell’Interno lancia l’ultimo affondo: «Le lascio la poltrona, io mi tengo il mio onore» mentre Conte ha «svenduto gli interessi dell’Italia». E chiosa con una sorta di anatema: «Non potete scappare per sempre, noi torneremo alla guida del Paese». La replica di Conte non è da meno. Come avvenuto già ieri alla Camera, quando il premier decide di rispondere agli attacchi il tono si fa duro: «dare agli altri la colpa dei propri errori è il modo migliore per conservare la leadership». Ricorda la richiesta salviniana di «pieni poteri» e ai continui richiami leghisti alla «dignità» risponde: «Avrete modo di spiegare agli italiani cosa ci sia di dignitoso nei voltafaccia».
(fonte Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev)

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